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Gli idrolati sono delle acque contenenti i principi attivi volatili, estratti per processo di distillazione da piante aromatiche o erbe medicinali.
Quando si riscalda all’ebollizione la materia prima con dell’acqua o la si tratta con una corrente di vapore, le cellule oleifere rigonfiano, la membrana cellulare si lacera sotto l’azione della pressione interna e le goccioline di essenza disperse nel protoplasma fuoriescono. La miscela di vapore acqueo e di vapori di essenza così ottenuti, viene inviata in un refrigerante ove si condensa, per raccogliersi infine in un separatore che ci permetterà di dividere la fase acquosa – IDROLATO- da quella oleosa –ESSENZA-.


Utilizzando un distillatore, come da fig. 1 ( metodo antico), non possiamo essere certi di avere sempre una buona distillazione, sia come qualità che come quantità del prodotto. La qualità, infatti, può venire a mancare nel caso in cui l’acqua si consumi ed ecco allora che avremo un idrolato con sapore e odore di bruciato, in quanto le erbe, venendo a mancare l’acqua, verranno a contatto con il fondo surriscaldato della caldaia. Anche per la quantità i risultati sono scadenti perché, per ovviare al precedente inconveniente, avremo bisogno di occupare la caldaia per i 2/3 di acqua, per cui l’estrazione sarà fatta su una ridotta quantità di droga. Per questi motivi preferiamo compiere la distillazione in corrente di vapore, producendola in una caldaia a parte; l’intera capacità dell’alambicco può così essere occupata dalla materia prima e, per conseguenza, con apparecchi di volume ridotto, si riesce ad ottenere una produzione notevolmente superiore.
Prima di parlare più specificatamente della distillazione in corrente di vapore, è opportuno dare qualche precisazione sul modo in cui vengono raccolte e preparate le erbe prima della loro utilizzazione.
Dato che l’essicamento , per quanto ben fatto, è sempre causa di perdite qualitative e quantitative di essenza , esclusi particolari casi ( come ad esempio la valeriana), si procede alla distillazione delle piante appena terminata la raccolta. Sono usate le erbe fresche che vengono raccolte in zone incolte, dove la non presenza dell’elemento uomo, permette la crescita spontanea di quelle erbe che , sviluppandosi nel loro habitat, sono ricche di quei principi attivi che , solo con accurate coltivazioni indenni da antiparassitari e fertilizzanti chimici, si potrebbero avere in egual quantità e qualità.




Nella caldaia, come da fig. 2 contenente la materia prima, si determina la vaporizzazione dell’olio essenziale procedendo alla iniezione nella massa di una corrente di vapore. Tale vapore verrà iniettato nella parte più bassa della caldaia, dove una griglia di sostegno delle erbe lo distribuirà in maniera uniforme, facendo si che tutte le erbe vengano a contatto con esso. Le erbe devono essre tagliuzzate in modo da poter essere sistemate e pressate in maniera omogenea in tutta la caldaia, perché altrimenti il vapore, per salire, andrebbe a scegliere la strada più facile, non permettendo il completo sfruttamento della droga.
I vapori misti ( olio essenziale e vapor d’acqua iniettato) che si raccolgono nel capitello la cui testa chiude ermeticamente la bocca della caldaia, proseguono, attraverso il collo, nel refrigerante. Questo è del tipo a serpentina: un lungo tubo avvolto a spirale e collocato in una vasca, in cui l’acqua di raffreddamento entra fredda dal basso ed esce calda dall’alto. La lunghezza del serpentino deve dipendere dal grado di volatilità dell’essenza e dalla temperatura dell’acqua, ma poiché questa varia a seconda dell’andamento stagionale e lo stesso alambicco viene utilizzato per diversi tipi di prodotto, è meglio adoperare un serpentino di lungo sviluppo, che assicuri nelle peggiori condizioni la totale condensazione dei vapori. Molto importante, a nostro parere, è che nella parte più alta della vasca, l’acqua non sia mai fredda, in modo da evitare lo choc termico, ma è bene che la temperatura sia degradante verso il basso. Il raffreddamento dei vapori così ottenuti, ci porterà ad avere una miscela formata da olio essenziale e acqua. Però a mano a mano che si accumula nel recipiente di raccolta, tale miscela si divide in due strati o fasi: la fase oleosa (rappresentata dall’essenza ) e quella acquosa ( rappresentata dall’idrolato); un separatore poi divide le due fasi in modo da ottenere l’idrolato da una parte e l’olio essenziale dall’altra, ricchi entrambi di quei principi attivi che a noi interessano.

Idrolato o tisana?
In erboristeria si sono sempre usate le erbe in decotti e infusi.
L’efficacia delle erbe assunte in questa forma è indubbia, tuttavia vi sono delle osservazioni da fare. Le tisane si ottengono da erbe raccolte, essiccate e spesso triturate per facilitarne l’uso: tale processo , anche se condotto con la cura più attenta, provoca tuttavia perdita dei principi attivi presenti invece nella pianta appena raccolta. Infatti parte delle sostanze efficaci si perde con l’evaporazione durante l’essiccamento e per il resto il metodo dell’infusione non riesce a “prelevare“ dalla pianta tutti i suoi principi attivi.
Quali sono allora i vantaggi dell’idrolato rispetto alla tisana?
Innanzi tutto gli idrolati sono ottenuti per distillazione da erbe fresche, a poche ore dalla raccolta.
Le piante non hanno così perso nulla delle loro proprietà, ma le conservano invece integre e non contaminate da agenti esterni quali polvere, umidità ecc.
Il metodo della distillazione può estrarre dalle erbe tutti quei principi attivi che la pianta aveva quando ancora si trovava nel suo ambiente naturale.
Inoltre la cura con la tisana si prosegue per 21 giorni e poi va sospesa, per non provocare un affaticamento dei reni, l’idrolato invece può essere assunto senza interruzione. Questa differenza è dovuta alla presenza nel decotto di alcuni sali minerali che stimolano particolarmente i reni e l’uso di tisane per periodi troppo lunghi può causare appunto un surmenage di questi organi delicati. L’idrolato invece non contiene nessuno di questi sali minerali e può essere preso per periodi lunghissimi, senza nessun pericolo di assuefazione, di effetti collaterali o di disturbi a carico dei reni.

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